Anno II n. 2/1980

"Premio Nobel per un assassinio?" - Ischia in un romanzo giallo

Sfondo è l'isola e precisamente Campomoro, dove vive una colonia d'artisti d'ogni nazionalità, pittori, compositori, romanzieri e poeti ? L'osteria di Maria

di Giovanni Castagna

«Premio Nobel per un assassino?» dello svedese Joakirn Bergman, un professore in pensione, almeno come si presenta scrivendo in prima persona, è ambientato ad Ischia e precisamente a Campomoro, sulla riva del mare «nella parte sud?ovest dell'isola a mezzo cammino tra Forio e le spiagge che circondano Sant'Angelo».
I due probabili candidati al premio si trovano a Campomoro. Uno è americano, Robert Jefferson Hunt, R J per gli amici, poeta che regna «come un tiranno sulla colonia d'artisti»; l'altro è un italiano, Luigi Rosso, romanziere, dal carattere un po' scorbutico, grande donnaiuolo. È inutile dire che i due si detestano, e non solo perché sono concorrenti al premio. Comunque uno dei due viene ucciso e i sospetti si portano sull'altro, donde la possibilità di coronare col lauro Nobel un candidato all'ergastolo.
Nonostante la localizzazione che sembra precisa, Campomoro è un ipotetico paese che ha le caratteristiche or di Panza, or di Sant'Angelo e molto di Forio. Inutile rilevare gli occorrimenti per dare al paese un volto preciso. Le case comunque sono bianche, blu vivo o rosso pallido. V'è un'abbondanza di archi, di alti muri. Il paese ha un porto e una strada lo collega a Capo Negro. Due le strade principali: Corso Garibaldi, che attraversa il paese e termina in sentiero verso i villaggi vicini, e via San Felice che, dapprima corso elegante con boutiques e snobberie, va a finire su di un promontorio dove si erge una piccola cappella bianca (Forio, forse la strada che porta al Soccorso?).
Per quanto riguarda gli abitanti, l'autore non si distacca da una tipologia ormai trita: ecco le vecchie vestite di nero, sempre in attesa di non si sa che cosa sul limitar delle porte. Le giovanette, è inutile dirlo, camminano scalze, vanno e vengono con sulla testa brocche d'acqua o cesti colmi di biancheria. «La loro andatura e i loro movimenti hanno una grazia incomparabile», sottolinea il Bergman. I ragazzini sono nudi.
Come in ogni romanzo giallo che si rispetti, i rappresentanti dell'ordine, sono un po' punzecchiati e l'autore, inutile dirlo, scopre l'assassino molto prima della polizia. In questo romanzo è il maresciallo a farne le spese: «uomo potente che vegliava con occhio attento sulla condotta dei suoi concittadini e lasciava volentieri pesare sulla testa degli stranieri una costante minaccia d'espulsione». Quando parla non fa che leggere e il suo linguaggio è complicato e burocratico. Si trova a disagio nell'unica conferenza stampa della sua vita e sembra più propenso a rispondere alle domande dell'inviato speciale d'un giornale di Napoli che a quelle dei giornalisti internazionali. «Quello che la stampa mondiale avrebbe potuto dire lo lasciava completamente indifferente, ma non quello che sarebbe stato pubblicato da un giornale letto dai suoi superiori e dal deputato democristiano a Roma...». Come si vede non mancano frecciatine e l'autore ci tiene a sottolinearle: «Il maresciallo aspettava seduto al suo tavolo di lavoro su cui era poggiato un ritratto del presidente della Repubblica, che aveva preso il posto della fotografia di Mussolini...».
Il postino, poi, oltre al suo impiego ufficiale, sembra che sia anche il pettegolo del paese «funzione altrettanto importante» e per un giorno diviene il prediletto d'una folla di giornalisti, che gli inviano bicchieri su bicchieri di vino.
Niente di veramente interessante per quanto riguarda la descrizione degli abitanti. In genere sono luoghi comuni: «Gli Italiani usano spesso i titoli dottore o professore parlando di qualcuno che sa leggere». Non manca l'accusa di esacerbato nazionalismo e così via. La folla poi è composta generalmente di vecchie donne con panierini d'uova fresche o polli ancor vivi, tristemente attaccati gli uni agli altri. Le bizzoche vanno sempre accoppiate come i monaci, i carabinieri e le suore. Non manca qualche frecciatina ironica contro le turiste tedesche.
Ma diviene interessante quando, forse senza volerlo, sembra mettere il dito su una delle piaghe d'Ischia: l'avanzata dei bulldozere e la colata di cemento. Niente di preciso, qualche accenno ma efficace. Bisogna dire che l'autore ama Ischia per la sua bellezza naturale, come tutta la colonia d'artisti che "pur non essendo innamorati ferventi della natura vergine», non sopportano tuttavia la costruzione di villini. L'interessante è qui: colui che costruisce è un artista, uno straniero innamorato del verde d'Ischia. Non so, forse mi sbaglio, ma se ricerchiamo i primi colpi di piccone (per parlare antico) con novanta probabilità su cento troveremo che a darli sono stati proprio tanti innamorati del verde dell'isola e della sua selvaggia bellezza. «I Gebel, da quel che sembrava, avevano voluto una casa che somigliasse a quelle dei facoltosi proprietari terrieri come se ne trovano sull'isola e la cui architettura s'ispira a quella delle ville dei romani o a quelle dei chiostri. Ma in architettura la copia conforme riesce di rado e la villa in questione ne era un esempio. La facciata era interamente a vetri, forse per permettere ai proprietari la bella vista (...). Non saprei dire cosa fosse peggiore, il materiale costosissimo o quelle superfici piane e quegli angoli retti. In ogni modo l'insieme faceva pensare a un cubo che, una volta costruito, fosse stato piazzato là senza tener conto del decoro naturale». E l'autore conclude, dopo averne enumerato altri difetti: «Bisognava veramente essere compositore e per di più tedesco...». Non accolgo la frecciatina razzista, ma ritengo quel «compositore». Un giorno si farà forse un elenco delle belle ville che deturpano il paesaggio d'Ischia e ci si accorgerà che i proprietari avevan tutti inclinazioni artistiche.

Poker ed Arte nell'osteria di Maria

Tutta questa colonia d'artisti si riunisce ogni sera da "Maria", un'osteria sulla piazza del mercato. Un lungo corridoio coi muri e il soffitto pieni di copertine di settimanali, tavolini rotondi e sedie inconfortevoli. C'è un forno per la pizza. Maria è sempre mal vestita, con un seno imponente troppo stretto nel busto di seta nera; poco amabile con gli sconosciuti, ma cuore d'oro e tutti vanno da lei perché vi si gusta il miglior caffè e il miglior vino bianco. Gli artisti giocano al poker, parlano d'arte e l'osteria di Maria ha visto forse germogliare non pochi capolavori.
Cosa dire del romanzo? Il mio giudizio è condizionato dal fatto che mi son lasciato troppe volte trasportare dai ricordi suggeriti da questa o da quella frase, da questa o da quella descrizione, e la lettura ha acuito un po' più la mia nostalgia. Pur tuttavia non ho potuto fare a meno di sorridere per dei quadretti bucolici. Trascrivo un brano: «L'uva matura in settembre sulla mia pergola; il giardino olezza quando gli aranci e il gelsomino fioriscono e colgo limoni tutto l'anno. Per far la cucina adopero il mio proprio olio d'oliva che serba il dolce sapore del frutto. Ho anche fichi che faccio seccare al sole e che avvolgo in foglie di lauro. La legna per il mio caminetto proviene dai cipressi, dagli ulivi, dalle querce verdi e dai pini ombrelliferi che hanno tutti un loro profumo particolare. Qua ho tutto. Cosa potrei augurarmi di più?».
Non conosco la letteratura svedese, non posso quindi dire se questo sciropposo quadretto della vita in campagna sia il frutto delle «notti romantiche a Ischia» o un gusto letterario. Sono più propenso a credere che l'autore, conoscitore della letteratura italiana, come dimostrano alcune interpretazioni di versi di Dante nel romanzo, abbia acquisito questo gusto da noi italiani, gusto che dal bucolico Virgilio attraversa tutti i secoli e sfocia a volte in tanti panegirici della vita in campagna, tra i quali, il più falso è dovuto a Leon Battista Alberti. La realtà è ben altro. E non penso che siano i vecchi lavoratori della zappa a darmi torto, gli unici che sanno quanto costi di sangue e di sudore lavorare una terra, troppo spesso avara, per poter dilettarsi dell'odore del gelsomino o d'altri fiorellini «odoriferi e bellissimi».

Il giallo dello svedese Joakim Bergman con titolo originale: «Nobelpris Till Mordaren?»; tradotto in francese da Asg Roussel («Prix Nobel pour l'assassin?») e pubblicato nella collezione «La Masque» ? Librairie des Champs?Elysées. Non so se vi sia una edizione italiana.